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Gli Ultimi
27 gennaio 2012
Piccole patrie

Nelle parole di Alberto Perino c’è già tutta la possibile saldatura ribellistica tra il fronte NoTav e la selva di categorie e corporazioni alle prese con i decreti del governo: “un’operazione di stampo fascista rivolta anche contro i pescatori, i camionisti, i pastori sardi”. Perino non sproloquia affatto, anzi propone una strategia.
Il modello di società che sta dietro queste affermazioni dovrebbe allarmarci: un contenitore informe di coaguli sociali, settori circoscritti, recinti ideologici, che non intravedono più il bene comune, anzi scorgono soltanto il proprio bene, se non addirittura schifano completamente il bene altrui. Un insieme di cose piccole e distinte, di cortili infiorati nel deserto. Ribellione, dinieghi, opposizione romantica, interesse bieco, una specie di moderno ‘me ne frego’, che salva i propri cavoli e manda alla malora la capra altrui.
Perino dice che lo Stato oggi colpisce chi tenta di “alzare la testa”. Ma che vuol dire ‘alzare la testa’? Vuol dire bloccare i caselli autostradali, avviare una specie di guerriglia nei boschi, occupare militarmente il Circo Massimo, divenire custodi del proprio cortile, senza sapere che il proprio cortile non esiste, ed è uno sciocco miraggio. Piccole patrie anacronistiche, in un mondo che ci avvolge e decide per noi.
Liberi tutti di esprimere le proprie opinioni. Mi batterò, diceva quello, perché ognuno possa farlo. Ma senza strategie di guerriglia e violenza di strada, per favore. Senza prepotenze e vandalismi. Senza proporre il bene proprio per bene altrui. E, soprattutto, rispettando la stragrande maggioranza di cittadini e lavoratori, che da anni la testa ce l’hanno già ben alta, e tirano avanti alla ben’e meglio, e sono pronti ad accollarsi, anche stavolta, l’onere più grande della rinascita di questo Paese. Un Paese nella sua unità e interezza, non sbriciolato in tante mollichine prepotenti, riottose e davvero indigeste.
Nella foto, l'Italia come la vorrebbero
26 gennaio 2012
Mr. Wolf
Secondo il sondaggio Ipsos commissionato da Trecentossessanta, l’associazione di Enrico Letta, per il 57% degli intervistati conta “la capacità del leader, il fatto che sia di destra o di sinistra è secondario”. Ciò vale, in particolare, per il 48% di chi dichiara di aderire al PD. Ma come può essere ‘secondario’? Solo in una visione molto antipolitica o tecnicistica si potrebbe ammettere che il progetto politico valga zero. Perché un leader non è (non può essere) un uomo in camice bianco, intento a trovare l’unica soluzione possibile al problema, quella che scioglie matematicamente la questione. Un uomo senza ideali, in breve, del tutto scevro da riferimenti, ipotesi, visioni, opzioni. Un pragmatico. Un solutore alla Wolf, quello di Pulp fiction. Se così fosse, sarebbe meglio un computer molto, ma molto potente, capace di valutare un’infinità di variabili in due nanosecondi e poi partorire la ricetta definitiva.
Ma non è così, appunto. Oppure lo è solo in senso ideologico (ariecco l’ideologia!). Le questioni sociali, economiche, etiche hanno sempre più di una soluzione. Le differenti soluzioni marcano opzioni diverse: si può risolvere il caso favorendo questo o quello, disponendo questa o quell’altra fase successiva, allineando questo o l’altro apparato di potere. Potere, appunto. La categoria del potere non è tecnica, non è un algoritmo bel calibrato, ma è coerentemente un eccesso di volontà che va oltre i limiti asfittici imposti dalla tecnica. Il potere è decidere tra questo o quello. Sennò non è potere.
Il punto è un altro, dunque. Lo diciamo sempre: il Governo Monti è un governo politico. Non tanto nel senso dello ‘schieramento’, ma nella fatica della mediazione che comunque trascina con sé. ‘Mediare’ è calibrare una possibile soluzione ai danni di altre. ‘Calibrare’ in base ai rapporti di forza disegnati dal Parlamento, oppure rispetto alla valutazione dell’entità e della forma della crisi, o anche al grado di emergenza che si prospetta, oppure agli ideali in gioco: uguaglianza o disuguaglianza? ‘Scegliere’, insomma, ponderando analiticamente le condizioni di quella scelta. Il Parlamento, la politica, restano centrali: è lì, nel confronto tra i soggetti politici, che si sceglie.
Si dice, però: a questo governo non c’è alternativa. Giusto. Ma, allora, la ‘scelta’ si dà o no? La ‘scelta’ che genera la possibilità della politica e il completo dispiego della categoria del potere, come dicevamo. Si dà, si dà. Qui la ‘mancanza di alternativa’ non è questione meramente tecnica, ma ancora politica. Non c’è alternativa perché un atto di responsabilità induce i partiti (a cominciare dal PD) a scegliere una coalizione ampia, a dettare la linea del coinvolgimento solidale, a stringere sull’obiettivo della fuoruscita dalla crisi. Anche qui, la ‘responsabilità’ che detta la nascita del Governo Monti è una scelta. La scelta di essere ‘responsabili’. La scelta di non avere altra scelta. Politica ancora una volta, di respiro europeo, peraltro. Grande politica, anzi, come lo è sempre la politica che decide in un momento di crisi generale, ed esce dal piccolo cabotaggio, dalle minuzie quotidiane, dalle liti locali, per assumere, ‘scegliere’, di affrontare l’abisso spalancato davanti. Leggete l’intervista di Bersani, oggi, su l’Unità (chi non lo avesse fatto), e questo senso anche tragico della politica esce per intero. Bersani, ovviamente, non il solito politico televisivo o il comico fottutamente fuori contesto.
25 gennaio 2012
Gli sfigati (medesimi verbalizzanti)

La categoria dello ‘sfigato’ è finalmente stata sdoganata anche nella battaglia politica. Prima o poi doveva accadere. È stato così che L_Antonio si è scoperto tal quale. Brutta scoperta, a dire il vero. Ma tant’è. Entrambi (Giorgio e Alfredo) laureati dopo i fuochi, non cerchiamo scuse, se non il servizio militare, il lavoro, una famiglia a carico, gli esami fatti come Cristo comanda, ossia senza tentare la sorte, ma studiando più del dovuto in un’epoca precedente le lauree brevi, in Università monstre (La Sapienza), durante anni caldissimi, di piombo (fine anni settanta, inizio ottanta), riportando peraltro votazioni molto lusinghiere, dopo tesi di ricerca impegnative, originali, svolte rovistando direttamente (è il caso di Alfredo, ad esempio) negli archivi della Fondazione Banfi a Reggio Emilia, dentro i libri del filosofo, esaminando persino le sue stesse annotazioni a margine. Un lavoro certosino, lungo, con esami affrontati studiando esageratamente, senza mai affidarsi al caso o tentare la fortuna, dicevamo.
Sfigati, appunto, perché il futuro è di chi ha la conoscenza personale opportuna, e il censo, e il colpo di culo di entrare nell’ateneo giusto al momento giusto, nonché prima ancora di nascere da ceti agiati e benestanti, invece che da famiglie operaie o di ceto medio basso oberate dai mutui. Sfigati, appunto, che il viceministro (che non è affatto uno sfigato, anzi) fa bene a chiamare tali, esponendoli al pubblico ludibrio, allo scherno, all’indignazione popolare. Oggi servono persone brillanti, cervelli svegli, specialisti, gente ‘calda’ per accedere al mercato del lavoro dalla porta principale, per produrre reddito, per infoltire la schiera del ceto intellettuale e qualificare la classe dirigente. Faccio sociologia? È il solito pianto sulla condizione sociale d’origine? È una classica ricerca di scusanti? È permalosità? Può essere. Anzi è senz’altro così. Siamo sfigati d’altronde, no? Ma vaffanculo, va.
24 gennaio 2012
Il penitente e il perdono
Lo so, le cose vanno così, ma ci si abitua con difficoltà. Ieri sul Messaggero c’era un’intervista a Sid Bedingfield, dell’Università della Sud Carolina. Un politologo che ha proposto un’analisi del buon risultato di Newt Gingrich, sinora, alle primarie repubblicane. Bedingfield dà spessore al suo ragionamento con le seguenti affermazioni. Il vantaggio di Romney “è evaporato in una sequenza di eventi stupefacenti”. L’impresa di Gingrich è riuscita grazie ai “dibattiti degli ultimi giorni”. Gingrich si è presentato come “il penitente che ha abbracciato Dio e ha chiesto perdono”. Si è presentato, anzi, come “una vittima della stampa”. “Ora si trova ad affrontare dieci giorni decisivi”. In Florida, “di solito vince chi ha più soldi da spendere nella comunicazione”. Gingrich metterà in campo “l’immagine del rinnegato”.
Ecco cosa succede alla politica disincarnata dai contenuti e dalla prassi di governo, e quindi dalla presa con la realtà. Flatus vocis comunicativo, che trasforma i politologi in funzionari della SNAI, calcolatori di probabilità, esperti di look, gossip, stile, psicologi comportamentisti, sondaggisti, campionatori, e che li spinge a valutare e analizzare l’oggetto (nella fattispecie l’evoluzione del candidato Gingrich) come se le idee non esistessero, la società nemmeno, i programmi fossero buoni solo per valutare le reazioni del campione intervistato, come se essere repubblicano o democratico fosse la stessa cosa, un orpello inutile, fastidioso, persino controproducente ai fini scientifici. Le categorie cui mira Bedingfield sono estemporanee, paiono persino occasionali. Quella del ‘penitente’ mi fa impazzire. Il fatto che ‘vince chi ha più soldi’ non è nemmeno una banalità, è quasi un’insulsaggine.
Ora, ponete a confronto la sostanza del leader Bersani. Nessuno di lui direbbe che il suo destino è legato a ‘eventi stupefacenti’. Nessuno affermerebbe che “i dibattiti degli ultimi giorni” lo hanno rafforzato. O che, ‘penitente’, ha anche ‘chiesto perdono’. Tanto meno che ha messo in campo ‘l’immagine del rinnegato’. Nessuna analisi politologica poggerebbe su queste cose, tanto meno Bersani dà la stura a questo genere di argomentazione simil-scientifica. È merito del Segretario PD, uomo di sostanza come pochi. È merito del dibattito italiano, ancorato (meno male) tuttora alla politica, piuttosto che alla logica dei media. Demerito dell’agorà americana, ormai del tutto colonizzata da quella fabbrica del consenso costituita dalla rete mediatica e oggi anche dalla rete internettiana. Il fatto vero, indiscutibile, è che la politica non deve soltanto cercare consenso, come una concezione sbagliata della democrazia pressata dalla comunicazione mediale lascerebbe intendere. Ma lavorare di cesello sul dissenso, suscitarlo se servisse, per costruire una condivisione profonda, non soltanto di facciata tra le componenti del sistema politico-sociale-istituzionale.
Oggi invece una nuova leva di ceto politico, in generale, e la destra berlusconiana in particolare, ritengono che si debba dire sempre ‘sì’ a tutti, e poi decidere come meglio si crede nelle chiuse stanze. E invece no. La partecipazione democratica è fatta di informazione a 360°, dibattito pubblico, conflitto ragionevole, lavorio delle istituzioni, fermento dell’opinione pubblica, decisione finale della maggioranza eletta. In poche parole: grande spettro partecipativo, massima condivisione, decisione conclusiva. Nessuno di queste fasi è presente alla destra, mentre in America il percorso è tutt’altro. Meno male che esiste la sinistra europea. Vi pare poco?
Nella foto, Newt Gingrich durante un dibattito in TV
23 gennaio 2012
Prisma e pulsioni
Quel che differenzia la democrazia dal populismo non sono il leader e il popolo (presenti in entrambi), ma l’essenziale strato intermedio costituito dalle istituzioni rappresentative, dalle élite, dall’opinione pubblica. Questo ‘cuscinetto’ lavora a rendere complesso, a mediare, a mettere a punto procedure e iter che impediscono la perniciosa saldatura tra un capo e la massa indifferenziata, dunque anonima e mitologica del popolo. Se questo è vero, come si potrebbe definire ‘tecnico’ il governo Monti? De Rita dice che oggi ‘la dimensione tecnica assume [ha assunto] potere e primato sociopolitico’. Ma il senso di questo parole va rovesciato. È normale che le élite in democrazia abbiano un peso e una responsabilità. Il contrario si chiama berlusconismo, ad esempio. Il problema è che esse rispondano al Parlamento, ai cittadini, al lavorio e ai suggerimenti dei partiti. Questo è il punto: se Monti ascoltasse semplicemente le oligarchie, se il voto in Parlamento fosse improvvisamente inutile, se i partiti fossero stati imbavagliati, dovremmo assolutamente preoccuparci. Vorrebbe dire che della democrazia sono rimaste poche spoglie. Ma così non è.
Mai come in questa fase è in discussione, dunque, il ruolo delle élite democratiche, ossia di quei settori sociali che detengono competenze e saperi, nonché delle organizzazioni, delle strutture (università, fondazioni, gruppi di ricerca, media) e delle ‘forme’ (partiti, associazioni, sindacati) entro cui le élite si esprimono a tutti i livelli. L’anti-intellettualismo della destra tende, invece, a essere populista di natura. Berlusconi ne è solo l’ultima testimonianza evidentissima. I saperi debbono essere strumenti di potere e basta. Gli intellettuali, cinghie di trasmissione senza personalità specifica, una cosa simile all’usa e getta. È solo il Popolo che conta, nella sua vita genuina e passionale, nella sua immediata spontaneità, al quale bisogna rivolgersi con linguaggi e stili specifici (il calcio, le barzellette, le sbruffonerie, il dito medio alzato, le sceneggiate, il machismo). Saldare il Capo mediatico al Popolo crasso e servile, che ride sguaiatamente, è l’ideale vero di ogni populismo che si rispetti. Gli intellettuali pochi ma buoni, i saperi sottomessi al Capo. Le istituzioni afflosciate come palloni bucati. Gli individui al massimo costretti nelle corporazioni, che fanno intravedere solo gli interessi individuali e di gruppo, e offuscano la dimensione nazionale, generale, pubblica.
Qui scatta la differenza della sinistra democratica. La società deve essere assunta nelle sue articolazioni, nella sua molteplicità, per proporre una ‘coesione’ che non sia autoritaria, ma frutto di un progetto sociale il più possibile condiviso. Il popolo è un assieme strutturato di figure, strati, livelli, ceti e classi. Non un amalgama forzoso. Le istituzioni un fulcro, una nervatura che si dirama e riunifica il Paese. L’opinione pubblica un’antenna essenziale. I media punti di irraggiamento del dibattito pubblico, congegni per la trasparenza, canali di controllo, sapere diffuso. I centri di ricerca e di formazione, invece, culle dell’innovazione, contro gli eccessi di conformismo e di tradizionalismo. I partiti, soggetti della partecipazione regolata, amplificatori dell’opinione pubblica diffusa, anche locale. Il Partito Democratico in questo mare deve sguazzarci. Un colpo al populismo, un altro all’anti-intellettualismo, e la strada si spianerà. Per la destra becera di questi anni, la società è solo un coacervo di pulsioni. È invece per noi deve essere un prisma, che rifrange e riflette differenze articolate. Il compito dell’unità in tal caso, è un progetto aperto, un fine nobile, l’effettivo riscatto di un Paese e dei suoi cittadini.
20 gennaio 2012
Briscola e boccette

La polemica sui manifesti abusivi ci ha fatto dimenticare che la stampa italiana è in mano a poche grandi famiglie, quasi una concentrazione editoriale. Il manifesto abusivo è la pagliuzza, il sistema mediatico-giornalistico la trave. Prendete due casi esemplari, proprio oggi.
La incommensurabile Maria Teresa Meli, dopo aver ammesso che il PD cresce nei sondaggi (30%) immediatamente si sbriga a elencare periferie democratiche in tumulto, Bersani assediato, dirigenti pronti a tirar fuori il fiele, astensionismo crescente che falserebbe il dato dei sondaggi, e chi più ne ha più ne metta. Ora, si dimentica che l’astensionismo è un dato strutturale del sistema, e che spesso la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento è deciso in buona percentuale dall’astensionismo che colpisce soprattutto la compagine sconfitta. È un segno dei tempi, è un giudizio anche quello, non un elemento casuale, imponderabile, evanescente. Se l’astensionismo in questa fase non colpisce la sinistra (come nel 2008 non colpì il centrodestra) una ragione dovrà pur esserci. Se viene al termine dell’era berlusconiana, qualcosa vorrà pur dire. Diamine. Certo, c’è sfiducia verso i partiti in generale e verso certi leader. Ma se questa sfiducia si riversa soprattutto contro la destra, avrà o no un significato? Io dico di sì.
A confermare il mio giudizio c’è pure un articolo sulla Stampa di Fabio Martini, che presenta un’intervista di Marco Damilano a De Benedetti. Martini si muove a tutto campo e si sofferma sui giudizi espressi dall’ingegnere verso Craxi, Berlusconi, Scalfari, De Mita. Si parla diffusamente anche della vicenda Mondadori e della Olivetti. A un certo punto (12 righe su centinaia totali) Martini riporta una frasetta sul PCI e Mani Pulite di De Benedetti, il quale sostiene che i comunisti furono aiutati e il pool volle spezzare un sistema ma non tutti i partiti. Tutto qui. Quasi lapidario. 12 righe che però fanno titolo: “De Benedetti e Mani pulite . ‘Sì, il PCI fu protetto”. Ad accreditare il titolista, sulla stessa pagina, c’è un pezzo in taglio basso sul compagno G. (poteva mancare?): “Riecco il compagno G: noi tutelati? Io dissi tutto”. Anche qui, le righe dell’articolo di Jacopo Iacoboni dedicate a Mani Pulite-PCI sono un quarto circa dell’articolo, che per 3/4 si diffonde invece sulla Lega, ma sono sufficienti a ‘virare’ il titolista verso i comunisti, pur se Greganti in realtà nega di aver protetto alcunché.
Carabattole, direte voi. Episodi. Può darsi. Però nessuno dimentichi l’inciso iniziale: la stampa e la TV sono in buona parte sotto controllo, la rete produce spesso un effluvio di chiacchiere ingovernabili e quasi senza riscontri, mentre i manifesti per essere visti devono uscire copiosamente, in un numero sempre di molto superiore a quanto offrono i pochi spazi pubblici dedicati. Che si fa, allora? Si twitta? Ci si mette a urlare da finestra a finestra? Si mandano messaggi in bottiglia? Si fanno le primarie? Si raccolgono firme? Si promuovono referendum? Ci si mette in mano a Santoro e Travaglio? Oppure si fanno gli ‘aperitivi’ democratici, le riunioni di caseggiato, i flash mob, i sospiri, oppure un torneo di briscola e boccette, acchiapparella, la conta tappetapperugia, il sorteggio alle elezioni (!!!) come propone tale Michele Ainis? Prego, dite pure, sono in paziente ascolto. Ma datemi retta, la cosa è un tantino più complicata di quanto non sembri alla Alicata. Ve lo assicuro.
Nella foto, il due coppe quando regna bastoni
19 gennaio 2012
I caciaroni
Fateci caso. Nel momento in cui la politica (come sostanza, potere, sovranità) cede il passo alle oligarchie tecnico-finanziario-mediali, e si riduce a involucro, ‘forma’, intelaiatura di procedure, i giovani rampanti, le nuove classi dirigenti della politica nate in epoca di rete non sanno fare altro che concentrarsi su quell’involucro, sulle procedure, quasi dimenticando le questioni di potere, quelle che muovono masse enormi di persone nei momenti più delicati della vicenda storica. È bastato che finisse (almeno provvisoriamente) l’era Berlusconi e si piombasse fulmineamente in un’altra fase, dove il destino e la vita concreta delle persone e delle famiglie si ergessero prepotentemente all’attenzione di tutti, per veder scomparire uno a uno i presunti futuri leader. Renzi, dopo la fiammata mediatica della Leopolda, è piombato in basso (esattamente al 53° posto della classifica Sole 24 Ore). Civati, dopo aver occupato la casello di futuro segretario del PD (ach!) oggi si contenta di un’intervista alla Voce Repubblicana (sempre meglio che niente). Della Alicata e della sua comunicazione al cubo abbiamo già detto ieri. Gli argomenti e i cavalli di battaglia di questo ‘pezzo’ di nuova classe dirigente sono sempre gli stessi, e sono debitori della politica come ‘forma-intelaiatura’ di cui dicevamo: le primarie, le rottamazioni, i referendum, il coagulo facebook-twitter, il ‘no-questo’ e il ‘no-quell’altro’, gli assetti interni al PD, ecc.
Non mi meraviglio, allora, che dinanzi a una crisi di proporzioni mondiali ed epocali restino muti. Dinanzi alla necessità di aprire un fronte anti-corporazioni si scansino. Davanti a responsabilità da far tremare i polsi gettino la spugna. E poi, quando le persone diventano vere e non amici su facebook o contatti di rete, questi campioni facciano sgomenti un passo indietro. Questi trenta anni di reaganismo-tatcherismo-neoliberismo non ci hanno regalato soltanto un baratro di disuguaglianza sociale insuperabile e un mondo prigioniero delle oligarchie e degli interessi speculativi. Ci hanno anche consegnato una nuova leva politica (almeno una parte di essa, la più ‘caciarona’ senz’altro) debole, fragile, suddita degli effetti che la finanza ha prodotto sulla politica, che appare indebolita e ridotta a pura forma mediale. I ‘nuovi’ giocano con questa forma e credono di possederne la sostanza. Sono vittime della ideologia senza averne consapevolezza.
Giova ripetere che la politica è invece un bagno sociale talvolta durissimo, un conflitto sui poteri spesso crudo, una battaglia che porta a un vincitore e a uno sconfitto, una pratica che si muove attorno alla vita delle persone. E per ‘vita’ non si intende quella dei personaggi SIMS, ma l’esistenza reale delle persone, oggi costrette a fare i conti con salari e stipendi che non bastano più, con i risparmi privati ridotti all’osso, con un futuro impalpabile. Immagino che la questione ‘manifesti abusivi’, rispetto a ciò, sia molto, ma molto laterale. Il giorno in cui vedrò Renzi, Civati, l’Alicata and so on impegnarsi non solo nella costruzione del consenso, ma soprattutto nella gestione del dissenso da posizioni di governo e di responsabilità vera, allora mi ricrederò. Resto in trepidante attesa.
18 gennaio 2012
La comunicazione al cubo
Cristiana Alicata ha scoperto che la politica si fa anche coi manifesti, talvolta purtroppo affissi in spazi non autorizzati. Buon giorno, verrebbe bonariamente da dirle. Se non fosse che da questa vicenda (la campagna di tesseramento al PD) la Alicata ne trae considerazioni un po’ sopra le righe. C’è mancato poco che chiedesse le dimissioni di Bersani (la gogna?).
I punti sono due. Il primo è molto personale. Se qualcuno avesse avvertito Cristiana Alicata che stava partendo una campagna di comunicazione, e l’avesse resa partecipe, le cose sarebbero andate diversamente. Con molta probabilità. Lo dice lei stessa, d’altronde, nel post su ‘i mille’: “sono solo una dirigente regionale del partito, perché dovrei essere avvertita?”. E poi: “la campagna non decolla. Proprio no. Forse perché tutti, noi compresi, non l’abbiamo condivisa”. Appunto.
Il secondo. Possibile che debba nascere una discussione come questa sui ‘manifesti’? Che ciò si imbastisca una forma di comunicazione mediatica o in rete sulla comunicazione stessa? Una sorta di comunicazione al quadrato priva di appigli concreti, realissimi con il mondo vivente di persone viventi? Che si sia giunti a un tale livello di astrattezza mediale che la politica (o la sua sembianza) si riduca a una cosa vaga, da twitteristi, in un cinguettio polemico di ‘mi piace’ che si scatena in rete al primo sussulto di un post? L’Alicata accusa la campagna del PD di fare manifesti di carta per promuovere una pagina di FB. Ma lei fa di più, invece, in un vortice inebriante: scrive un post per criticare dei manifesti che promuovono una pagina FB. Una sorta di comunicazione al cubo. Il top!
Tutto ciò non avviene a caso. Ha ragione Paolo Franchi quando, sul Riformista in un articolo bello e suggestivo, spinge l’analisi sul pedale giusto. Ai più giovani, dice Franchi, “anche quando si impegnano nello studio, nel lavoro, nella protesta, anche (e forse soprattutto) quando si indignano, la politica non interessa, anzi, fa pure un po’ schifo”. Parole sante. A forza di dire che la politica fa schifo, imbruttisce e affigge solo manifesti abusivi, in molti ci credono pure. E così alla fine ci si dissocia, come dice l’Alicata: oggi da questa campagna, domani da quell’accordo in Parlamento, dopodomani da quella mediazione avviata su un tema delicato, in futuro da questo o quel patto o compromesso stilato nelle istituzioni.
Quando eravamo giovani iscritti alla FGCI, appassionati e quasi ciechi nella nostra passione, attaccavamo centinaia di manifesti in borgata. Non c’erano spazi autorizzati, soltanto mura. Forse sbagliavamo, ma non ci chiedevamo affatto se imbruttivamo o meno il quartiere che, essendo appunto una borgata degli anni 70-80, aveva un bel brutto già di suo. Sbagliavamo? Può darsi. Ma nella nostra umiltà di attacchini credevamo di fare un giusto lavoro di informazione verso gli altri compagni e verso i cittadini. Che la politica fosse una cosa appassionante già lo sapevamo, d’altronde; che non fosse solo rose e fiori lo iniziavamo a intuire; che fosse faticosa e spesso ci facesse arrabbiare era noto. Ma a nessuno veniva in mente di montare tutta la indignata cagnara della Alicata per qualche manifesto che il vento, la pioggia e gli operatori ecologici prima o poi porteranno via. L’Alicata saprà che anche la montagna di sms e di traffico in rete produce inquinamento e spesso è una bruttura, nella sostanza, peggiore dei manifesti. Ogni messaggio di posta elettronica equivale a 19 grammi di anidride carbonica, ha spiegato Repubblica.it l’11 luglio scorso. Non c’è solo l’inquinamento reale, quindi, c’è anche quello prodotto virtualmente. Così come non c’è solo la brutta politica reale, c’è anche quella pessima che circola in rete, rimbalzando da un sito all’altro.
Nella foto, un aggeggio per misurare l'inqunamento da CO2 dovuto agli sms (vero!)
17 gennaio 2012
GURU

Una volta erano santoni indiani, mistici, persone con un forte ascendente spirituale. Era quando la spiritualità veniva attribuita pertinentemente alle cose spirituali. Poi è cambiato tutto. E si è iniziato ad attribuire un potere mistico a dei semplici ‘tecnici’. Il comunicatore di successo è diventato un ‘guru’. Più avanti, persino il semplice comunicatore ben pagato è diventato un ‘guru’. Quindi, è toccato agli economisti, ai professoroni, ‘guru’ anche essi. Divinità in terra, entità spirituali invece che uomini. E tutti lì a pendere dalle loro labbra, a registrare ogni loro pronunciamento, ad ascoltarli come fossero oracoli.
Vi pare normale? Vi pare sano? Il mondo è a testa in giù anche per questo. Oggi nessuno si attende o desidera ragionamenti, argomentazioni articolate, che siano chiare testimonianze di uno studio faticoso e pieno ancora di dubbi e perplessità su cui discutere. No. Oggi dai ‘guru’ attendiamo un messaggio, un detto, un segno, una profezia. Un lampo. Uno short message, un sound bite, uno spot, un sospiro, un gesto, una prece. Il cosiddetto ‘guru’ non testimonia la fatica del sapere, l’articolazione dello studio e dell’argomentazione logica. Ma esibisce la scorciatoia oracolare, quella che ci esenta dalla fatica di apprendere progressivamente e di ragionare sul merito e sul metodo di questo apprendimento. I ‘guru’ vanno bene per i pigri.
Ripenso a quanto disse agli studenti Steve Jobs nel famoso discorso del 2005. Siate pazzi, siate affamati. Jobs consigliava, in fondo, un approccio ‘maniaco’ alla vita, una sorta di rabbia, di furore cieco applicato alle proprie ambizioni, non lo studio metodico. E, comunque, non era la grigia fatica dello studio quella che il fondatore di Apple riteneva meritevole di attenzione. Anche Jobs era un ‘guru’. Un’icona. Un’immagine lucente di un mondo astratto e lontano. Una figura, comunque, in tono coi tempi che vogliono segni numinosi piuttosto che lunghe e articolate proposizioni. Io, per me, continuo ad amare quello ‘studiate, studiate, studiate’ che Gramsci ripeteva agli operai torinesi per invitarli a un riscatto autentico, non patinato o mediatico. Riscatto vero, non illusoria ‘salvezza’. Io non amo le scorciatoie. Non portano in nessun luogo. Ci vuole una vita a fare una donna o un uomo come si deve.
Nella foto, il responsabile della comunicazione di un noto Leader
13 gennaio 2012
Manfellotto
Usare Monti contro i ‘politici’. È la tentazione (ma ben più che una tentazione) di un’area ampia dell’opinione pubblica, che ha nel gruppo l’Espresso uno degli alfieri. Questa settimana Manfellotto non si nasconde più di tanto, e titola il settimanale ai Gattopardi della politica, a quei leader che frenano Monti sperando che la situazione presto tornerà nelle loro mani.
Manfellotto usa il termine ‘politici’, e come fanno molti li accumuna tutti, indifferenziatamente. Tutti gattopardi pronti a smorzare l’effetto Monti. Ora, di questa ideologia anticasta, antipolitici, antiparlamento ne ho piene le tasche (per non dire di peggio). È l’ennesima retorica nazionale, di cui sembra non possiamo proprio fare a meno. E poco cambia che il direttore dell’Espresso riconosca come il Pd sia premiato dagli elettori nei sondaggi, perché ha ‘sinceramente voluto’ il governo Monti. Poco cambia, perché il resto dell’articolo è un’invettiva contro i partiti, che si somma alla recente tendenza di pensare o immaginare persino una democrazia senza i partiti stessi.
Sia chiaro, allora. Una democrazia senza partiti è una democrazia delle corporazioni e delle caste. Le caste attuali (altro che la politica!) dettano le condizioni proprio perché il ceto politico è sotto scacco da parte di un’opinione pubblica agitata dalla perniciosa ideologia dell’antipolitica. Come la politica si ritira (o viene rigettata), ne occupano lo spazio gli interessi bruti, privati, antistituzionali. Una democrazia senza partiti è anche una democrazia senza istituzioni rappresentative, ridotte a camere delle lobby e delle corporazioni, ovviamente le più forti e attrezzate. Senza partiti il tempo diventa quello delle oligarchie, ben più di ora. Rotti gli argini della politica, si rompono anche quelli delle mediazioni e del confronto su basi collettive: si passa alle trattative tra soggetti privati all’interno di chiuse stanze, fuori dalla portata dei cittadini. Tolte di mezzo le istituzioni non resta che il rapporto Capo – Popolo (altro che società civile), nella forma del populismo mediatico e paternalistico. L’antipolitica potrebbe diventare persino auspicabile, nel vuoto politico che ne nascerebbe.
Caro Manfellotto, capisco che si debbano vendere copie e perciò carezzare i peggiori istinti belluini dei propri lettori, ma un giornale del lignaggio dell’Espresso non può anteporre la ciarla e la retorica al giornalismo vero e proprio. Comincio ad avere nostalgia non solo della politica alta e grande di qualche anno fa, ma anche del giornalismo bello e appassionato di quel dì. Senza le parole gonfie di ideologia che leggo oggi.
Nella foto, Bruno Manfellotto
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